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Tales of Monkey Island

Episode 3: Lair of the Leviathan
Torna il pirata meno temuto di tutti i mari.
Con Lair of The Leviathan i ragazzi di Telltale Games aggiungono un terzo episodio alla serie di Tales of Monkey Island: in pochi mesi i tre capitoli firmati dal giovane team (già autore di altri ottimi lavori come la serie a episodi di Sam e Max) sono stati distribuiti e venduti ai tanti appassionati che ne attendevano da anni l'arrivo. Tutto è pronto, quindi, per mettere alla prova questa iniziale trilogia, che conterà presto altri due episodi. E per chi conosce il nome di Monkey Island è chiaro che si tratti di una grande prova.

Le origini
Per i pochi che non lo sapessero, Monkey Island è una celeberrima avventura grafica, il cui primo episodio fu realizzato quando ancora l'odierna LucasArts si fregiava del marchio Lucasfilm Games: la storia di Guybrush Threepwood si è manifestata nel tempo attraverso quattro videogiochi, il primo uscito nell'anno 1990 e l'ultimo dieci anni dopo.
LucasArts creò qualcosa di talmente grande da non riuscire, nel corso di queste quattro tappe, a soddisfare e ripagare le enormi aspettative che aveva suscitato in un vasto pubblico di appassionati. Le prime due uscite, infatti, si sono imposte come gioielli del videogioco, modelli ai quali tendere con forza per molti aspetti: una veste grafica indimenticabile, musiche firmate da grandi compositori che da sole valevano l'acquisto, ma soprattutto una sceneggiatura degna di un romanzo.
I due seguiti non hanno sortito lo stesso effetto e per diversi motivi hanno privato i giocatori di una certa libertà di gioco e di quella gioia nell'esplorare il mondo di Monkey Island, anche solo per ascoltare le spacconate di Murray. Dopo quasi un decennio d'oblio, però, Telltale Games ha raccolto la pesante eredità di LucasArts grazie Tales of Monkey Island e ora entriamo nel vivo - entro questa "cornice" che si sviluppa a puntate - del terzo episodio intitolato Lair of The Leviathan.

Prima di tutto la tecnica
La nuova puntata sfrutta la stessa struttura realizzata per i due episodi precedenti: si tratta di un'avventura in tre dimensioni, ambientata in un mare dei Caraibi puntellato di isole e arcipelaghi dai nomi stravaganti. Questa volta, però, non vedremo né le prime né i secondi, dato che il gioco si svolge in buona parte sotto i mari. Come suggerisce il nome, avremo a che fare con i leviatani, grandi e buffe bestie che solcano i fondali oceanici e quando risaliremo sul pelo dell'acqua sarà per cavalcare le onde con la nostra nave pirata.
Il tutto è coronato da un aspetto grafico divertente, in pieno stile "cartoon americano"; il design dei personaggi risulta, come per i precedenti due episodi, decisamente fedele a quello della saga originale e se c'è qualcosa che cambia radicalmente, soprattutto rispetto alla prima serie, è la cura nelle espressioni e nelle movenze, che si conferma decisamente maggiore. I fondali, al contrario, sono a tratti poco curati in quanto a definizione, ma non mancano mai di dare allo schermo un tocco di vivacità e stravaganza, con gli inconfondibili colori accesi e sgargianti tipici dei paesaggi caraibici. In sostanza è subito chiaro che da un'avventura simile non si possano pretendere meraviglie della tecnica per quanto riguarda l'aspetto visivo, ma comunque il cel shading ha permesso di realizzare un universo animato e divertente, perfettamente adeguato ai contenuti proposti. Nell'offerta di Lair of The Leviathan spiccano i dialoghi, sia in quelli durante le fasi di gioco che nei vari filmati d'intermezzo: discorsi esilaranti, intelligenti e sempre studiati attentamente.
Addirittura in Lair of the Leviathan troveremo un'ironica critica della democrazia, celata tra le tante parole pronunciate dai quattro membri della banda Brotherhood (dei quali uno è morto: il buon Santino) con i quali avremo a che fare per tutto il corso dell'avventura.
Una nota positiva va anche destinata al doppiaggio: prima si paragonava Monkey Island a un romanzo per la sceneggiatura, mentre si potrebbe avvicinare Tales of Monkey Island a un film per le parti doppiate. Le voci dei personaggi sono infatti assolutamente azzeccate, anche in questo terzo episodio, tutte costruite in relazione alla caratterizzazione dell'individuo stesso: si passa da una voce arrogante e cupa, con una lingua ricca di slang del Brotherhood pugile fino all'accento spagnoleggiante di Coronado De Cava, il vecchio pirata a capo della banda che incontreremo nello stomaco del mostro marino.
Parlare della trama nello specifico significherebbe anche rovinare la sorpresa di un gioco che s'incentra sullo svolgimento di una storia, ma possiamo dire che essa presenta una struttura ad anello: una situazione iniziale verrà a ristabilirsi alla fine per quasi tutti i personaggi, tranne che per Guybrush che avrà ottenuto qualcosa di tanto atteso. Tra questi due capi si dipana il filo conduttore di allegria e demenzialità di Lair of the Leviathan.

Interazione
Abbiamo parlato quindi di nuove ambientazioni, di una trama divertente e ben studiata e viene da chiedersi, all'atto pratico, cosa debba fare il giocatore in tutto questo.
La parola chiave è interazione: con i fondali, con gli altri personaggi e con qualsiasi cosa che possa essere "toccata" e usata dal nostro Guybrush. Questo è in fondo il cuore di ogni avventura grafica. Raccogliere e studiare tutti gli oggetti è poi indispensabile per risolvere enigmi e vari mini-giochi proposti durante il corso del gioco. Questo tipo di impostazione del gameplay, solitamente, viene accostato a un sistema di comandi "punta e clicca", dove con l'ausilio del solo mouse è possibile effettuare tutte le azioni appena elencate.
Non è il caso di Tales of Monkey Island: che comprende un sistema di comandi ibrido e quindi permette sia l'utilizzo del mouse sia della tastiera. Proprio per questo sorge spontanea un'altra domanda: perché integrare la possibilità di muovere il protagonista con le frecce direzionali della tastiera se la telecamera è fissa? Effettivamente l'inquadratura è statica e non segue mai il protagonista alle spalle, quindi risulterà sempre difficile azzeccare quale freccia direzionale usare per spostare Guybrush Threepwood dove vogliamo noi. C'è poi un'altra nota negativa, che ha fatto storcere il naso anche nei primi due episodi: il numero e la funzione dei vari oggetti presenti. Buona parte dei ragionamenti e degli sforzi mentali, nella serie originale, dovevano essere destinati a come usare e combinare tutto quello che si trovava lungo il percorso o che ci veniva dato da altri personaggi. In Lair of the Leviathan, come negli altri due episodi, questo non accade: l'interazione con gli oggetti è scarsa e sempre abbastanza intuitiva. Come i vari enigmi, che sembrano migliorati rispetto al primo episodio ma non superano il livello del precedente: sono spesso troppo semplici e lineari. Al contrario del gioco originale e più vecchio, infatti, tutto lo sforzo sarà concentrato su una sola ricerca: quella che ci viene proposta dalla trama. Quindi non ci troveremo mai a dover ragionare su più strade, ma verremo sempre guidati dalla storia lungo un unico percorso che spesso sembra quasi un pretesto per mettere in scena la storia.

Percorso unico e breve
Abbiamo parlato di linearità, riferendoci al modo in cui il protagonista interagisce con la storia. Effettivamente la semplicità degli enigmi influisce decisamente sulla longevità dell'avventura. Solo tre ore per completare Lair of the Leviathan ci sembrano decisamente poche, soprattutto considerando che ci sarà poca voglia di rigiocarlo proprio per l'impossibilità di seguire percorsi alternativi nello svolgimento della trama. Ma c'è Murray, col suo carico di spacconaggine, c'è ancora l'odore del Grog che riempie la stanza di ogni giocatore, la voglia di sentire le idiozie di Guybrush, rifletterci un secondo e ridere. Insomma, ci sono dei difetti, ma in un modo o nell'altro possiamo tranquillamente dire, arrivati al terzo episodio di questo grande tentativo, che l'atmosfera di Monkey Island c'è tutta. Ed è una grande atmosfera.

di Davide Gasbarro
2/11/2009


 

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